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Puoi dire di no!, vademecum contro matrimoni forzati, mutilazioni genitali, riduzione in schiavitù

"Puoi dire di no!", vademecum contro matrimoni forzati, mutilazioni genitali, riduzione in schiavitù

Un aiuto alle immigrate contro violenze e soprusi

 

(Secolo d'Italia - 14 dicembre 2006) L'immigrazione é di certo la grande sfida dell'Europa, che puó peró diventare un grande pericolo. Proprio per questo l'impegno deve necessariamente essere quello di trovare la strada dell'integrazione e non dello scontro. E un'operazione cosí ambiziosa si fa solamente seguendo la strada del rispetto dei diritti e dei doveri. Proprio sui diritti, soprattutto delle donne immigrate, c'é ancora molto da fare. Violenze psicologiche e fisiche. Sfruttamento. Abusi. Molte donne immigrate, magari in cerca di un futuro migliore in Europa e in Occidente, devono subire tutto questo, magari pensando che non c’è via di scampo, che non c’è un modo per evitare pratiche vergognose e disumane. Stiamo parlando di matrimoni forzati, mutilazioni genitali, riduzione in schiavitù e prostituzione. Molte volte con migliaia di minori coinvolti. Tutte pratiche millenarie, consuetudini tramandate di generazione in generazione, che non c’entrano nulla con la religione e che vengono imposte alle donne immigrate che il più delle volte non sanno che tutto questo è severamente vietato dalla legge. Fenomeni alimentati dalla disinformazione, dalla superstizione, dai pregiudizi, dalla scarsa consapevolezza dei propri diritti. Soprattutto dalla paura. Paura di quello che può succedere rifiutandosi o paura di quello che potrebbero pensare i familiari o la comunità di appartenenza. Ma bisogna far sapere che si può dire di no, che esistono alcuni modi per far valere i propri diritti. E “Puoi dire no!” è proprio il titolo della pubblicazione presentata al Parlamento europeo di Strasburgo da Roberta Angelilli e Cristiana Muscardini, rispettivamente capodelegazione di An in Europa e presidente del gruppo Uen, e da Marina Porro, segretario confederale dell'Ugl e responsabile del Coordinamento Donne. Il tentativo è quello di divulgare il più possibile un depliant in varie lingue, semplice e diretto, per le donne immigrate che vivono in Italia e in Europa. E ancora, la volontà è quella di affrontare seriamente il problema dell’immigrazione. “Dobbiamo spostare il dibattito dai simboli ai diritti”, ha detto Roberta Angelilli, “perché i simboli, prima fra tutti il velo, sono un argomento molto delicato che rischia di creare una frattura immensa tra il nord e il sud del mondo. Il cuore del problema è un altro, ovvero che l’immigrazione regolare deve diventare sinonimo di integrazione, vera e frutto di dialogo”. “Per molte, troppe donne esiste una sorta di burqua invisibile, imposto con la violenza, fatto di negazione dei diritti. In Italia e in Europa migliaia di donne immigrate, nella maggior parte dei casi minorenni, devono subire mutilazioni genitali, riduzioni in schiavitù, matrimoni forzati anche nelle nazioni europee che le ospitano. Proprio per questo abbiamo realizzato "Puoi dire no!", una sorta di “vademecum” di autodifesa per le donne immigrate che devono essere consapevoli di potersi sottrarre in Italia e in Europa ai loro aguzzini, ai loro sfruttatori”, ha spiegato il capodelegazione di An al Parlamento europeo. Il problema infatti è che queste pratiche disumane, che vengono considerate normalmente frutto della religione, creano spesso un conflitto culturale, acuendo le differenze invece di avvicinare le diverse comunità di appartenenza. Secondo Cristiana Muscardini, “i diritti devono essere seguiti anche dai doveri. Per non sentirsi estranee le donne immigrate devono conoscere le norme che vigono nello Stato in cui si recano e che possono legittimamente tutelarle. Allo stesso tempo, peró, devono rispettarne le leggi”. Le donne immigrate, infatti, prima di essere vittime di un sopruso sono vittime di un pregiudizio culturale. Qualche cifra che rende bene l’idea della gravità della situazione. Nell’ultimo anno oltre 51 milioni di minorenni sono state costrette a sposarsi e si prevede che la cifra salirà a 100 milioni entro dieci anni. 40 mila sono le donne infibulate che vivono in Italia e ogni anno, 6 mila bambine, tra i quattro e i dodici anni, con genitori provenienti soprattutto dai paesi dell’Africa sub-sahariana, rischiano, secondo l’Unicef, di essere sottoposte a questo rituale. Quasi 20 mila sono le persone straniere che in Italia si prostituiscono e tra di loro il numero delle donne prigioniere del traffico di esseri umani e dello sfruttamento sessuale è in continua crescita. In confronto all’Europa, l’Italia ha il triste primato di donne “vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale”: sono 115 ogni 100 mila abitanti maschi con più di 15 anni. Basta qualche numero per capire, quindi, la situazione d’emergenza che vivono migliaia di bambine e di donne immigrate che magari non sanno come sottrarsi ai loro aguzzini, ai loro sfruttatori. E il problema é cosí tanto sentito che all'iniziativa ha partecipato, oltre al presidente dell'intergruppo Famiglia del Parlamento europeo, Marie Panayotopoulos-Cassiotou, donna del Ppe simbolo della lotta intransigente per i valori della famiglia e i diritti dell'infanzia, l'eurodeputata Ds del gruppo socialista europeo, Pia Locatelli. "Faccio parte di un gruppo, il Pse, diametralmente opposto alle posizioni politiche della destra", ha detto la Locatelli, "Ma non posso far altro che sottoscrivere in pieno l'opuscolo che é stato presentato oggi. Dobbiamo impegnarci in maniera trasversale per i diritti delle donne: questo é sicuramente un campo di battaglia comune a prescindere dalle appartenenze politiche". La pubblicazione presentata a Strasburgo, sull’esempio di alcune, rare, amministrazioni locali in Europa, è divisa in capitoli, in ognuno dei quali è spiegato in modo breve e semplice cosa sono il matrimonio forzato, la mutilazione genitale femminile e la riduzione in schiavitù. E ancora, viene descritto il tipo di reato, cosa prevede la legge e come si può “dire di no”. Per esempio, del matrimonio forzato si legge che è “un’offesa alla dignità della persona” e che la legge prevede l’annullamento se non c’è il libero e pieno consenso dei coniugi. Si consiglia di agire subito, prima del matrimonio, cercando di parlarne con qualcuno, senza rimanere da soli. E se la famiglia e gli amici non ti stanno ad ascoltare, “non ti arrendere, in ogni Comune ci sono dei centri d’ascolto contro la violenza e servizi sociali che ti sapranno aiutare”. E per il matrimonio imposto viene aggiunto anche la parte del “se succede all’estero durante le vacanze”, visto che molte minorenni vengono portate nei paesi d’origine e obbligate a sposare persone molto più anziane o addirittura persone della ristretta cerchia familiare. Se proprio non si riesce a non partire, “cerca di guadagnare tempo, fai finta di aver perso i documenti”, il consiglio è rifugiarsi il prima possibile in un’Ambasciata o in un Consolato Italiano. Dopodichè si passa alla mutilazione genitale femminile, una pratica millenaria dettata dalla tradizione e non dalla religione, come molti pensano. “Le mutilazioni genitali sono dei veri e propri traumi: vengono praticate senza alcuna forma di anestesia. Sono anche molto rischiose per la salute perché praticate senza garanzie chirurgiche e di igiene”. In Italia dal 2006 c’è una delle leggi più avanzate d’Europa che vieta e punisce categoricamente le pratiche di mutilazione genitale femminile, prevedendo reclusione e interdizione dalla professione per i medici che la praticano. Per “dire no” il consiglio è rivolgersi il prima possibile ad un “consultorio o ad associazioni specializzate dove medici, educatori e assistenti sociali ti potranno ascoltare e aiutare nel modo migliore”. Infine la piaga della riduzione in schiavitù, ovvero quando “la vittima, sottoposta a violenze fisiche e psicologiche, non è più considerata dal suo sfruttatore un essere umano, ma un oggetto di proprietà. E’ ridotta in uno stato di soggezione continua, costretta a prestazioni lavorative disumane o all’accattonaggio. Oppure subisce abusi sessuali, è obbligata a prostituirsi o a realizzare materiale pornografico”. In Italia la riduzione in schiavitù è punta a termini di legge e prevede anche un fondo per le “misure anti-tratta” per finanziare un programma di assistenza e di integrazione sociale in favore delle vittime. Come fare a ritrovare la libertà e i diritti? “Alla prima occasione devi scappare e rivolgerti a chi ti può aiutare: i servizi sociali del Comune o direttamente le forze dell’ordine. Solo così potrai sfuggire ai tuoi sfruttatori. Lo Stato poi ti aiuterà ad inserirti nuovamente nella società. Se, invece, una persona che conosci è segregata, sfruttata, costretta a prostituirsi o a chiedere l’elemosina denuncia immediatamente il caso alle forze dell’ordine”. Con la speranza che siano il maggiore numero possibile le donne immigrate che leggeranno questa pubblicazione, scegliendo così di “dire di no”. (Secolo d'Italia - 14 dicembre 2006)

 
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